La cultura e il processo di cambiamento: quattro chiacchiere con Marco Aime

Giovedì 26 marzo abbiamo inaugurato il ciclo di incontri live su Instagram del progetto MotivAzione con una chiacchierata insieme all'antropologo Marco Aime. Il nostro Direttore Andrea Silvestri ha dialogato sul tema della multiculturalità e il processo di cambiamento che stiamo vivendo in questo tempo presente.

Per dare la possibilità a tutti, anche a coloro che non hanno Instagram, di seguire l'incontro abbiamo realizzato due versioni: una versione podcast per chi vuole sentire l'audio della diretta e una versione di testo per chi preferisce ripercorrere quanto è stato detto attraverso la lettura.

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Ascolta "La cultura e il processo di cambiamento: quattro chiacchiere con Marco Aime" su Spreaker.

In questo momento sono emerse nuove sfide per il mondo della scuola e della formazione che ci obbligano a ripensare la nostra attività a distanza. Quale consiglio possiamo dare per vivere al meglio questo momento?

Partendo dall’attualità, è curioso sentire da amici come i loro figli oggi chiedano di tornare a scuola quando in genere i bambini non hanno voglia di andare a scuola. Succede anche a noi adulti che non sempre abbiamo voglia di andare a lavorare. Questa idea di stare insieme non la apprezziamo mai abbastanza, ma poi quando ci viene a mancare la scuola o altri luoghi della socialità ci accorgiamo dell’importanza di stare insieme e delle relazioni sociali. Mi viene in mente la frase di Carlo Cattaneo “la libertà è come l’aria” ci accorgiamo del suo valore solo quando viene a mancare. Stare isolati ci fa capire quanto sia preziosa questa idea di comunità che diamo per scontata ma che in realtà non è così perché basta un evento come questo che scardina la nostra quotidianità e rimette tutto in gioco. Chissà se questo momento ci servirà per apprezzarla di più e a guardare alle cose di prima con un occhio diverso.

Cosa possiamo fare noi come cittadini e i ragazzi per poter vivere questo tempo un po’ dilatato che abbiamo a disposizione nel modo più efficace possibile?

Possiamo cominciare riflettendo su come la rete, che a volte noi adulti demonizziamo per l’uso eccessivo che ne fanno i giovani, in questo momento stia dimostrando le sue potenzialità. La rete ci permette di continuare a fare lezione, di dialogare, di vederci. La rete fa sì che non ci sia una cesura netta con il prima. Ovviamente è diverso perché manca l’empatia, il contatto diretto. Questo momento può essere l’occasione di riprendere dialoghi che abbiamo trascurato per mancanza di tempo. Possiamo leggere libri. Questa dilatazione del tempo potrebbe anche portarci a ripensare al nostro modello, all’accelerazione che il nostro sistema e le comunicazioni avevano impresso negli ultimi anni e chissà magari può aiutarci a ripensare i nostri bisogni.

Lei come ricercatore ha girato il mondo. C’è qualche cultura lontana a cui possiamo ispirarci per reinventare il nostro rapporto con il tempo?

Io ho viaggiato abbastanza, ma poi mi sono concentrato sullo studio dell’Africa Occidentale. Il rapporto che gli africani hanno con il tempo è diverso da quello che abbiamo noi. Loro vedono il tempo come un amico. Noi invece siamo sempre in conflitto con il tempo, ci sembra sempre di non aver abbastanza tempo.  Un amico congolese che vive in Italia da anni Jean Leonard Touadì scherzando diceva: “dio ha dato l’orologio agli svizzeri e il tempo agli africani”. Il tempo in Africa non è una risorsa da sfruttare ma da consumare cum grano salis. L’altro elemento è l’importanza centrale delle relazioni umane, il non essere mai soli. In Africa la parola, lo scambio, le relazioni sono al centro della vita quotidiana. Ricordo con piacere questa esperienza che ho vissuto nei miei soggiorni in Africa, un’esperienza che a volte può mettere un po’ a disagio gli Occidentali per la mancanza di abitudine. A Timbuctù, in Mali, mi capitava di tanto in tanto passeggiando per le strade di essere chiamato da un gruppo di persone che non conoscevo che mi chiedevano di avvicinarmi a loro. Io sorpreso gli chiedevo “perché?” e loro mi rispondevano “solo per chiacchierare”. C’è un detto a Timbuctù che dice che la chiacchierata è preziosa perché non esiste nell’aldilà. Non so se esista nell’aldilà ma è sicuramente qualcosa di prezioso. Penso che riprendersi il gusto della chiacchierata è una lezione che si può imparare.

Una delle sfide odierne è quello del multiculturalismo nelle scuole. Quale suggerimento può dare agli operatori che vivono la multiculturalità nelle relazioni educative, come dobbiamo porci?

In questa trasformazione che l’Italia sta vivendo negli ultimi decenni, la scuola ha un ruolo fondamentale per creare i nuovi cittadini. La mia generazione è cresciuta conoscendo il fenomeno dell’emigrazione di italiani in altri Paesi ma a scuola non ha vissuto il fenomeno della multiculturalià. Per molto tempo, non ci si poneva il problema di essere diversi e anche il nostro immaginario si è conformato su un’idea di un Paese monoetnico e monoculturale. Oggi la situazione nelle classi e molto diversa e bisogna fare attenzione al rischio di creare delle barriere. È evidente che ci sono differenze culturali, ma dobbiamo, per semplificare, partire da un dato: quelle che chiamiamo culture di fatto sono già multiculturali perché ogni cultura è il prodotto di millenni di scambi. Non dobbiamo pensare che le culture siano delle gabbie e che gli individui siano dei monoliti inscalfibili. La cultura non è dentro di noi ma nella relazione che stabiliamo con gli altri. L’antropologia culturale intesa come studio dell’uomo indaga proprio questo fenomeno, ovvero come si costruiscono le relazioni. Le culture sono relazioni tra noi e l’ambiente in cui viviamo e sono in continua evoluzione. Pian piano penso che ci avvieremo a considerare la multiculturalità come qualcosa di normale.

Credo che quello che aiuta a superare le barriere culturali e a sviluppare una relazione di crescita congiunta sia passare dal gruppo indistinto di una etnia alla conoscenza del singolo individuo. Come si può superare la diffidenza?

Parto da un aneddoto di molti anni fa, quando vivevo nella cintura di Torino. Un giorno, incontrai un pensionato che aveva appena comprato un posacenere e mi disse: “l’ho comprato da un marocchino però era una brava persona”. Poi mi raccontò che un giorno il marocchino è venuto al circolo in cui andava, hanno preso un caffè e si sono messi a chiacchierare di quanto fosse duro vivere lontano da casa. E il pensionato lo capiva perché era stato a lavorare sette anni in Belgio. Ecco, questo signore quando si è seduto a chiacchierare ha scoperto di avere in comune un’esperienza e di condividere con lui qualcosa di più anche rispetto ad alcuni suoi amici. Questo ci fa capire che spesso l’avversione, il razzismo nasce dal pregiudizio e dalla spersonalizzazione dell’altro, dal qualificare come “tutti così”. Ainstein diceva che è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio. La non comunicazione aumenta la diffidenza verso l’altro. Se ci si rapporta da individuo a individuo ci si accorge di quanto sia tutto più semplice. Questo, per esempio, è molto più facile per i bambini che non hanno le categorie che abbiamo noi da grandi.

Quale suggerimento si sentirebbe di dare agli insegnanti per affrontare il tema della relazione educativa?

Non accentuiamo anche in senso positivo le differenze. Trattando tutti come uguali diventeranno tutti uguali.

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